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Chiedere scusa a tutti non basta. Perché De Angelis deve dimettersi

Chiedere scusa a tutti non basta.


È sufficiente aver visto almeno una volta nella vita l’orologio fermo alle 10.25 dal 2 agosto 1980 per capire che la strage di Bologna rappresenta uno degli stretti tornanti della storia rispetto ai quali esiste un prima e un dopo, nella Stazione Centrale come nella vita di ciascuno di noi. Anche per chi, come me, è nato dopo quel giorno e lo ha conosciuto solo attraverso le lenti del racconto di chi lo ha vissuto. “Il ricordo di quelle vittime è scolpito nella coscienza del nostro popolo. Una ferita insanabile nutre la memoria dell’assassinio commesso” per usare le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.


E dentro questa ferita insanabile chi serve le Istituzioni non deve mai ficcare il dito senza rispetto, nemmeno con un post sulla propria pagina facebook. Perché quell’esplosione ha portato nel cuore delle nostre città la ferocia e la barbarie della guerra guerreggiata che in un solo istante strappa alla vita 85 persone e colpisce oltre 200 feriti. E “Il coraggio di Marcello De Angelis”, come lo ha definito orgogliosamente Gianni Alemanno condividendo il suo delirante post di domenica, non è altro che l’ennesimo atto di codardia di chi da destra è capace solo di rimestare nel torbido, rilanciando falsità giudiziarie e storiche senza mai aggiungere alcun elemento utile. Uno schiaffo alle vittime, alle loro famiglie, all’associazione dei familiari della strage, prima di tutto ma anche al lavoro delle forze dell’ordine e della Procura di Bologna che attraverso un lungo percorso giudiziario ha accertato chiaramente la matrice neofascista e il disegno eversivo della strage. Una polemica che ci riporta indietro e ci allontana dall’obiettivo nel cammino che ancora ci aspetta per andare avanti, arrivare fino al fondo della verità e scoprire anche tutto quello che ancora non sappiamo. Quel percorso che dovrebbe vederci uniti, non divisi.


È per tutte queste ragioni che De Angelis non deve solo scusarsi ma dimettersi immediatamente da responsabile comunicazione della Regione Lazio. E se proprio non riesce a farlo, se non riesce a chiudere i conti con il passato ed accettare la verità sulla strage di Bologna, se non vuole rinunciare al suo incarico fiduciario da 110 mila euro annui, dovrebbero intervenire il Presidente Rocca o la Presidente Meloni. Ma non sta succedendo. Ed è questo l’aspetto più preoccupante di tutta questa vicenda. Non possono dire di non essere stati avvertiti, visto che come PD nel Lazio avevamo cominciato già il 10 maggio a raccogliere le firme contro la sua nomina. Le cittadine e i cittadini della nostra Regione non meritano un nostalgico del fascismo in un ruolo così delicato e quello che sta avvenendo ne è l’ennesima dimostrazione.


Oggi dietro all’eclissarsi della Presidente del Consiglio nella polemica e alla cautela del Presidente della Regione nel gestirla emergono tutti i limiti strutturali di una destra che per provare a livello nazionale e internazionale a spiccare il grande salto sta scoprendo la capacità di issare rapidamente nuove bandiere, anche quelle europeiste degli avversari, ma fatica terribilmente, soprattutto nella Capitale, ad ammainare i vecchi stendardi con cui è nata e cresciuta. Giorno dopo giorno, l’assoluta incapacità di prendere apertamente le distanze dalle pagine più nere della vita del fascismo negli anni della democrazia, ancor più che da quelle del ventennio, si sta rivelando il vero tallone d’Achille del Presidente del Consiglio più a destra della storia della Repubblica. Ed è nell’anima più nera della sua coalizione, ancor prima che nell’altro fronte, che si celano i novelli Paride che fanno partire i dardi più precisi nel rivelare questa debolezza, ormai sempre più evidente sia in Italia che in Europa.


E se proprio nonostante tutto De Angelis non riesce a dimettersi, se proprio nessuno riesce a convincerlo, almeno ci risparmi l’assurdo paragone con Giordano Bruno. L’incendio di queste ore non lo ha certo subito ma lo ha appiccato, intenzionalmente, e l’unica cosa che sta bruciando è la credibilità della Presidente Meloni. Incapace, ancora una volta, di spegnere la Fiamma che arde sotto di lei.


Da "Il Riformista" Martedì 8 Agosto (Pagina 8)



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